La trappola della sfiducia

Quante volte, parlando con amici e conoscenti, sentiamo dire “L’Italia fa schifo!”, “Non c’è futuro!”, “I politici sono tutti ladri, votare è inutile”, “È inutile che tu ti dia da fare, tanto se non sei raccomandato non andrai mai da nessuna parte” o cose simili? Che effetto può avere questo sentimento sulla società? La relazione fra sfiducia e andamento economico è stata studiata da molti sociologi, economisti e politologi. Il risultato è sempre lo stesso: la sfiducia blocca lo sviluppo. Dove non c’è fiducia ogni scambio è più difficile, e senza scambi non c’è crescita.

Dare una definizione unitaria del concetto di fiducia è impresa ardua. La più generale è quella dell’OCSE, che descrive la fiducia come “una percezione positiva delle azioni di un individuo o di un’organizzazione sociale”. Da qui si può già intendere che non esiste un’unica forma di fiducia. Ad esempio, essa può essere rivolta alla società nel suo complesso, alle istituzioni o a determinati gruppi (fiducia macro-sociale o istituzionale), o a singoli individui (fiducia micro-sociale o interpersonale).

Fondamentale per la nostra analisi è anche il concetto di capitale sociale, anch’esso ricco di sfaccettature e difficile da definire in maniera univoca. L’OCSE lo descrive come “l’insieme di reti unite a norme condivise, visioni e valori che facilitano la cooperazione fra gruppi o all’interno dei gruppi”, una sorta di collante che tiene insieme la società, definendone regole e identità.

Fukuyama e soprattutto Putnam, nella sua opera Making Democracy Work: Civic Tradition in Modern Italy (1993) utilizzano il concetto di capitale sociale per spiegare l’arretratezza dell’Italia meridionale rispetto al Centro-Nord. Laddove la cosiddetta “comunità civica” (densità di associazioni culturali o sportive, partecipazione ai referendum, incidenza del voto di preferenza, numero di persone che leggono abitualmente i giornali) è più forte, il livello dei servizi offerti risulta migliore e i tassi di crescita (nel periodo 1950–1990) più alti.

Inoltre, Putnam descrive tre motivi per cui poco capitale sociale genera cattiva politica. In primo luogo, una minore fiducia sociale riduce la partecipazione politica. I cittadini rinunciano a monitorare l’operato dei politici e si limitano ad essere, secondo la definizione di Putnam, “supplicanti alienati e cinici”. Questo favorisce l’ascesa al potere di personaggi senza scrupolo, che governano in modo opaco, anche perché la società non nutre alcuna aspettativa nei loro confronti. Dove invece la fiducia è più diffusa, invece, le pretese degli elettori verso la classe dirigente sono alte e di conseguenza il monitoraggio è più incisivo: i politici sono quindi più inclini a governare nell’interesse generale, secondo principi di trasparenza. Si crea perciò un equilibrio cooperativo, in cui è più facile rilevare e punire eventuali comportamenti opportunistici. In secondo luogo, in comunità con scarsa fiducia e scarsa partecipazione politica l’astensionismo diffuso porta alla polarizzazione politica: i voti vanno a partiti estremisti, che faticano a trovare accordi. Il sociologo americano evidenzia infatti che i leader politici delle regioni italiane con un miglior capitale sociale sono più disposti al compromesso con i loro avversari. Infine, fiducia e capitale sociale sono legate a una maggiore innovazione e flessibilità politica. Le regioni dell’Italia centro-settentrionale sarebbero più abili a reagire a nuovi problemi adottando soluzioni moderne, mentre nel Mezzogiorno dominerebbero élite ostili ad ogni cambiamento e interessate solo a problemi di piccolo cabotaggio.

Una spiegazione può venire dalla teoria dei giochi, attraverso il dilemma dell’azione collettiva. Questo modello raffigura una situazione in cui più individui devono decidere se cooperare per risolvere un problema di interesse comune, come un’improvvisa carenza di acqua, che può essere affrontata solo con un’azione collettiva, ad esempio riducendo gli sprechi. Tutti trarrebbero beneficio da un comportamento virtuoso, ma nessuno può risolvere il problema da solo. Ognuno, quindi, decide cosa fare in base a cosa crede che faranno gli altri, secondo la tipica logica dell’interazione strategica. Putnam delinea due equilibri. Nel primo nessuno fa nulla, ma tutti decidono di fare i “free rider” sperando che siano gli altri ad agire. Nel secondo, invece, tutti “restituiscono i favori” e cooperano per risolvere il problema. Questo secondo equilibrio si raggiunge più facilmente nelle comunità in cui la fiducia sociale è più alta. I due equilibri sono self-reinforcing, per cui una volta raggiunto uno di essi c’è un’alta probabilità di rimanervi. Tale modello può facilmente essere adattato anche a situazioni quotidiane, come buttare per terra una sigaretta ignorando il danno al decoro pubblico perché “tanto fanno tutti così”.

Oltre a Putnam e Fukuyama, tanti altri studiosi hanno studiato il rapporto fra fiducia e andamento economico. Kenneth Arrow, noto per il celebre teorema dell’impossibilità che ogni studente di microeconomia o scienze delle finanze avrà incontrato, affermò che: “Virtualmente ogni transazione commerciale ha in sé un elemento di fiducia, certamente ogni transazione condotta per un certo periodo di tempo. Si può plausibilmente affermare che gran parte dell’arretratezza economica nel mondo può essere spiegata dalla mancanza di fiducia reciproca.”

Knack e Keefer nel 1997 analizzano la questione con strumenti econometrici, costruendo un indice di “fiducia” ottenuto attraverso le risposte a un sondaggio del World Value Surveys. Dai risultati, la fiducia sembra esser significativamente correlata alla crescita del PIL. Gli autori rilevano inoltre che la fiducia tende ad essere maggiore nei Paesi in cui la diseguaglianza è minore e lo stato di diritto è più forte.

I loro risultati vengono ripresi da Zak e Knack (1998). Gli autori trovano una correlazione positiva e statisticamente rilevante fra fiducia e crescita e tra fiducia e rapporto tra investimenti e PIL. Introducendo il reddito pro-capite nell’equazione si ottengono risultati sorprendenti. Esso è negativamente correlato alla crescita, come spesso accade. A parità di condizioni, infatti, i Paesi poveri crescono di più dei Paesi ricchi, perché possono sfruttare il vantaggio dell’arretratezza, saltando il processo di prova e errore che ha affrontato il mondo industrializzato.

Tuttavia, per poter attrarre investimenti stranieri la fiducia è fondamentale: gli autori dimostrano che nei Paesi con livelli di fiducia superiori alla media di almeno 10 punti percentuali la relazione positiva fra basso reddito e alta crescita è chiaro, mentre per i Paesi dove la fiducia è 10 punti sotto la media il vantaggio dell’arretratezza svanisce. La sfiducia agisce quindi da trappola della povertà, un concetto cardine dell’economia dello sviluppo. La relazione fra sfiducia e crescita assume la forma di una curva a S, dove al di sotto di una certa soglia di fiducia il tasso di crescita non aumenterà, mentre superata tale soglia la crescita aumenterà a livelli sostenuti. Sotto la soglia, però, scatta la trappola e nessun investimento pubblico o privato riesce a generare crescita: il Paese resta “intrappolato” in un cattivo equilibrio. Per uscire dalla trappola, è necessario un intervento delle istituzioni che aumenti la fiducia interpersonale, solo così si potrà tornare alla crescita.

La trappola della povertà: sotto la soglia in cui la curva interseca la retta, a un maggior reddito oggi non corrisponde un maggior reddito domani

Il concetto di trappola della sfiducia si può facilmente applicare alla società italiana. La sfiducia verso il governo, ma anche i concittadini, scoraggia molte persone ad agire per migliorare la società, e quando manca ogni forza autopropulsiva uscire dalla crisi è difficile. Se la nostra classe dirigente non saprà agire per ricreare un clima di fiducia reciproca, l’Italia rischierà di rimanere impantanata nella trappola e perdere il treno della crescita.

FONTI:

Knack, S. e Keefer,P. (1997). ‘Does social capital have an economic payoff? A cross-country investigation.’ The Quarterly Journal of Economics, 112(4):1251–1288

Markova,I., Linell,P. e Gillespie, A.(2008). ‘Trust and Distrust in society’. In Markova.I, Linell.P. e Gillespie,A. (eds)Trust and Distrust: Sociocultural Perspectives,Charlotte, N.C.: Information Age Publishing, pp.3–27

OECD (2015). ‘Government at a Glance 2015’. OECD Publishing, Paris. pp.156, 157

Putnam, R. D., Leonardi, R., & Nanetti, R. (1993). Making democracy work: Civic traditions in modern Italy. Princeton, N.J: Princeton University Press.

Putnam, R.D., e Helliwell, J.F.(1995). ‘Economic Growth and Social Capital in Italy’. Eastern Economic Journal, 21(3):295–307

Zak,P.J. e Knack,S. (1998) , ‘Trust and Growth’ (September 18,1998). Available at: http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=136961

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