L’età dell’oro della sicurezza: illusione o realtà?*

Spunti da “Il mondo di ieri. Ricordi di un Europeo” di Stefan Zweig

La Belle Époque ha avuto tanti narratori, da Zola a Proust, da Mann a Maupassant. Forse meno celebre ma non certo secondario è Stefan Zweig, ebreo austriaco nato a Vienna nel 1881 e morto suicida nella città brasiliana di Petròpolis nel 1942, l’anno della conferenza di Wannsee in cui fu decisa la soluzione finale della questione ebraica. Nella sua opera Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, egli offre un nitido ritratto dei grandi stravolgimenti che l’Europa subisce nell’arco della sua vita.

Gli anni della sua giovinezza sono definiti “l’età dell’oro della sicurezza: il secolare Impero Asburgico fornisce una forte sensazione di stabilità, la moneta non è soggetta all’inflazione ed è possibile calcolare con precisione il ritorno di ogni investimento. L’economia prospera e non è necessario assumersi grandi rischi per ottenere un buon guadagno. I progressi della tecnica sono ogni giorno maggiori, dall’illuminazione elettrica al telefono fino alle automobili, la scienza trova rimedi per malattie che da sempre avevano falcidiato l’umanità (nel 1894 Alexander Yersin scopre il bacillo della peste), i commerci si ampliano e ogni problema pare risolvibile.

In particolare è forte la convinzione che al progresso tecnologico debba corrispondere il progresso sociale e politico, infatti il diritto di voto viene progressivamente esteso e la giustizia diventa sempre meno arbitraria.

Come tante altre, questa illusione si dimostrerà fallace: dopo il 1914 alle conquiste della tecnica si accompagneranno due guerre mondiali e brutali regimi totalitari che faranno piombare l’Europa in un’oscurità senza precedenti.

La Vienna della Belle Époque è una città culturalmente molto vivace, dove gli ebrei, seppur usciti dai ghetti solo all’inizio del secolo, sono perfettamente integrati, anzi sono la colonna portante della cultura viennese, sia come mecenati sia come artisti . Essi si sentono perfettamente austriaci e come tali esprimono la loro creatività. L’antisemitismo è comunque presente nella società europea- l’affare Dreyfus e altri simili episodi convincono il direttore del quotidiano viennese Neue Freie Presse Theodor Herzl a fondare il movimento del sionismo- ma la maggior parte degli ebrei non si sente minacciata. Il fervente clima artistico della capitale spinge Zweig e molti suoi amici, non appagati da una scuola eccessivamente nozionistica, a iniziare a comporre i primi versi e a cercare contatti con alcuni letterati. Terminati gli studi liceali, l’autore inizia a viaggiare tra le capitali europee e anche in America e India, per trovare nuovi spunti artistici e incontrare i più celebri intellettuali . Sullo sfondo si delinea un efficace ritratto della società del tempo: siamo negli anni della cosiddetta “Prima Globalizzazione”(1870–1914) e il mondo sta diventando sempre più aperto. Le ostilità fra i Paesi sembrano ridursi, tanto che Zweig non si sente mai un corpo estraneo in nessuno dei luoghi che visita. Le differenze fra le principali città europee rimangono- la rigida Berlino, la laboriosa Londra, la Parigi libera e patria universale degli artisti- ma almeno tra gli intellettuali comincia a svilupparsi uno spirito europeo: ci si sente di far parte di una cultura comune, quasi una Patria comune, e le rivalità tra le singole nazioni sembrano essere un anacronismo da relegare al passato. Viaggiare fra un Paese e l’altro è relativamente facile, poiché l’autore riesce a raggiungere persino l’India senza né passaporto né visto: solo due decenni dopo, negli anni ’30, si arriverà all’estremo opposto, portando Zweig a fare proprie le parole di un esiliato russo conosciuto in passato:

“Una volta l’uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano”

In questa Età dell’oro del capitalismo globale, come la definì il politologo Jeffry Frieden, si aveva l’“ingenua illusione” che la globalizzazione e la pace fossero un dato di fatto. In realtà dietro a un manto di apparente prosperità si nascondevano enormi problemi sociali, rivendicazioni nazionalistiche e conflitti diplomatici.

Nel 1914, in un’estate da lui definita come la più radiosa di sempre, Zweig e i tranquilli bagnanti di una spiaggia belga sono sorpresi dall’annuncio dell’omicidio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo: è l’inizio della prima guerra mondiale.

Dopo i primi fallaci entusiasmi il conflitto mostra tutto il suo orrore ed è evidente che nulla sarà più come prima. Nel dopoguerra la povertà e l’inflazione esasperano la popolazione, e il tentativo di Wilson di formare una pacifica Comunità di Stati fallisce per i rancori tra i vari Paesi. Dopo un apparente periodo di stabilità, nel 1933 il mondo viene fagocitato dall’orrore del regime nazista, che rende Zweig un apolide perseguitato. Il sogno europeo sembra perduto per sempre, e bisognerà attendere il 1989 per ritornare a un livello d’integrazione dei commerci simile a quello del 1914.

Oggi viviamo in un mondo più che mai globalizzato, e l’Occidente non sperimenta direttamente una guerra dal 1945. Tuttavia esistono minacce che ci costringono a tenere gli occhi aperti, come le tensioni fra Stati Uniti e Corea del Nord, i conflitti in Siria e l’ascesa dei populismi. Riusciremo noi a creare una duratura società pacifica e aperta, o questa si rivelerà nuovamente un’ingenua illusione?

*Da Tra I Leoni, edizione cartacea novembre 2017, Autore: Andrea Pradelli

PhD student in Economics at Trento University. Passionate about politics, economics, languages and history, especially the Habsburg Empire.

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